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venerdì 27 giugno 2014

Arrivederci e Grazie, Grande Spagna

#tuttoilcalcioblog
di Marco D'Alessandro - "Ci rivediamo tra due anni, in Brasile!". Francesco Repice, quella notte a Kiev, fu la voce della speranza. Questi due anni sono volati via, dissolvendosi. Per noi, che ci sentivamo in crescita ed eravamo proprio lì pronti per scollinare e tornare ad alzare la testa. Per loro, che invece in Brasile sono giunti al crollo. Loro, la Spagna, sono stati la grande sorpresa di questa prima fase del Mondiale brasiliano. I gironi li hanno condannati. Un'epoca calcistica si congeda. Un'era ancora abbastanza recente e fresca. Come per tutte le grandi storie del calcio ci ricorderemo di loro e racconteremo di averli potuti vedere, quando invecchieremo ad avere i capelli bianchi o non averceli proprio, oppure quando sarete adulti con la barba, a seconda dei punti di vista del lettore. La Spagna di tre titoli consecutivi di cui due europei e uno mondiale, è stata una delle più grandi creature della storia. Ha lasciato un segno nell'albo d'oro, nella filosofia di trattare il pallone riposandosi, di andarlo a recuperare con pressing asfissiante, di schierarsi in campo, di creare il gioco e il modulo. Tutti, ma proprio tutti, abbiamo cercato l'imitazione, forse proprio noi in primis. In tanti li abbiamo invidiati, cercando di sminuire quel sistema che ci creava tanta gelosia perchè è sembrato inscalfibile. Ora sono usciti di scena nella maniera più brusca, ma un pezzo di storia, in qualunque modo cali il sipario, va incondizionatamente applaudito. Ci ha colpito, tra la stampa spagnola, un messaggio del quotidiano As: "Non chiedeteci scusa, vi dobbiamo tanto. È stato bello finché è durato". Nel 2008 noi eravamo reduci dal titolo Mondiale di Berlino e fummo eliminati ai quarti di finale dell'Europeo di Austria e Svizzera da una squadra che avrebbe cominciato da lì a dominare il mondo: la Spagna di Luis Aragonès. In Italia ritenemmo che non ci fosse meglio da fare che chiedere la testa di Roberto Donadoni: il tempo galantuomo dirà che l'attuale tecnico del Parma fu l'unico a resistere e a tenere lo 0-0 di fronte a questa corazzata nel momento del suo massimo furore.

Severo il girone sorteggiato ai campioni del mondo in carica che, solitamente, dovrebbero godere di un comodo primo turno, così non è stato. La Spagna debutta con l'Olanda vicecampione in carica: rivincita della finale di Johannesburg. Una partita che fa emergere una differenza di fame e freschezza tra le due squadre. Gli Oranje, garanzia di calcio totale e di divertimento, con talenti assoluti del calibro di Robben e Van Persie alla caccia della ribalta e un guru della panchina come Van Gaal. La Spagna sembra partire mettendo in chiaro le cose, passando con un rigore e mancando di un nulla il 2-0. Ma poi si scatena l'arancia meccanica, mandando in scena quella che è stata, probabilmente, la partita con il risultato più clamoroso dei gironi: 1-5. E' stata la prima radiocronaca ad un Mondiale di Giulio Delfino.



La seconda giornata assume già i crismi della sentenza. Il Cile di Sampaoli è un'altra squadra fresca ed affamata. Le Furie Rosse abdicano nel giorno in cui lo ha fatto anche la monarchia di Re Juan Carlos. Gli incontenibili sudamericani di Vidal, Sanchez, Vargas ed Isla ne hanno di più dal punto di vista fisico e mentale. E' già 0-2 al duplice fischio che chiude il primo tempo. Il Maracana di Rio è il teatro di un'altra caduta storica. I campioni del mondo in carica e i protagonisti di un ciclo leggendario, sono alla fine della corsa. Capolinea, con una giornata di anticipo. La radiocronaca di Emanuele Dotto ed Ugo Russo è tutta un programma. 





La terza partita contro l'Australia è una passerella d'addio, con maglia nera listata a lutto. La Spagna però chiude giocando a calcio e emozionando con il gol di tacco del Guaje David Villa, alla sua ultima prestazione con la maglia della Roja, commosso al momento della sostituzione. Il bomber di Sudafrica 2010 che non ha trovato spazio nell'11 di Del Bosque, a vantaggio di un Diego Costa piuttosto fuori forma dopo il tribolato finale di stagione con l'Atletico Madrid. Lo spagnolo-brasiliano è apparso anche difficile da incastrare negli schemi di Del Bosque che non sono quelli del Diego Pablo Simeone che lo ha portato alla ribalta. Lui che non è un "falso nueve", ovvero un falso nove detto nel linguaggio moderno, ovvero un "centravanti tattico" come diceva Sandro Ciotti con qualche decennio d'anticipo. Così come l'enigma di un Fernando Torres mai troppo continuo. 



La Spagna saluta con la consapevolezza di dover imporre un ricambio generazionale. Il grande Capitano Iker Casillas, tra i pali, ha legittimato i dubbi che nel suo club lo hanno fatto sedere in panchina. Il professor Xavi è prossimo a trasferirisi in Qatar. El senor Xabi Alonso lascerà il posto. La difesa è da ricostruire. Si dovrebbe ripartire da quello che è stato uno dei pochi a salvarsi e a rimanere un punto di riferimento mondiale del suo ruolo: don Andres Iniesta, el dulce. La Spagna però ha tutti i margini per ricostruire un nuovo ciclo. Il suo calcio di club ha monopolizzato la scena nelle due Coppe Europee ed ha già vinto la Supercoppa Europea. I giovani dell'Under sembrano scalpitanti e pronti al salto, come abbiamo visto e vissuto un anno fa agli Europei U21 sulla nostra pelle. Nessuno lavora meglio sulla cantera. E viene da ripensare a quando eravamo noi ad esportare i blocchi giovani e costruire con i Bearzot, Vicini e Maldini. E invece se un giovane oggi ce l'avremmo tra le mani, noi ci lavoriamo malissimo e lui si rovina ai minimi storici, come avvenuto con Balotelli. E allora ripensiamo ancora a Kiev e a quel 4-0 che la Spagna ci rifilò. Vogliamo riascoltare la radiocronaca di Riccardo Cucchi e Francesco Repice e quel giusto omaggio alla Spagna, che fino a quel giorno avevamo etichettato quasi come tutti come "noiosa" ma che invece ci sbriciolò, affondando i colpi come e quando ha voluto. Oltre a quella frase finale, notiamo altre cose che da una serata nera come quella, oggi come oggi ci fanno mangiare le mani. La "Nazionale che lotta, suda, cerca di divertire" lo era, due anni fa. La Nazionale azzurra che si meritava tutti quei ringraziamenti, nonostante tutto. Così come due anni fa, al fischio finale, Repice ci fotografava una reazione di Balotelli che "deve molto, molto, molto, mooooolto migliorare". 24 mesi dopo: non è migliorato neanche un pò. La Spagna non l'abbiamo ritrovata, magari sarà stata incrociata in aereoporto.


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